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martedì 21 aprile 2020

Storia di un'arma e dell'uomo che le insegnò a leggere (4)

«Bene bene bene»
Una risata venne dall'ingresso del monolocale.
«Allora, lo hai riparato? Cos'è, ti sei stancato del vecchio J? Pensavo che quel prezzo ti facesse cambiare idea, ma me l'hai fatta, vecchia volpe! Hai trovato un'arma e pensi di prendere il mio posto? Pensi davvero di fregare il vecchio Big J?!»
Il boss fissò l'uomo. Era palesemente deperito, la barba incolta e puzzava più dei bassifondi in cui si trovavano. E aveva in mano un libro. Un libro di favole.
«Ma allora avevano ragione, cazzo! Ci vai anche a letto con quella cosa?» Sospirò. «Ascolta, non ho mai detto una parola sul fatto che venivi dall'altro fronte, e non mi hai mai sentito dire nulla sul fatto che come un coglione sei andato a farti ammazzare la famiglia da quella stessa cosa a cui ora leggi delle cazzo di favole. Facevi il tuo lavoro ed eri silenzioso, e a me andava bene.»
Gli puntò contro la pistola.
«E mi sarebbe andato bene anche che tu avessi cercato di fregarmi, guarda. Avremmo parlato, i miei uomini qua fuori ti avrebbero riempito di botte, e ci saremmo presi l'arma, e poi tutti a casa felici e contenti. Ma non voglio avere nulla a che fare con uno che va a letto con quelle cose!»
Eppure non premette il grilletto. Non ne ebbe neppure il tempo, la sua mano era ormai spappolata dalle fredde mani metalliche dell'arma. La maggior parte dei sensori era danneggiata, ma era comunque riuscita ad individuare più segnali termici e vocali, il che significava una sola cosa: una rivolta da sedare.
Big J urlò con tutto il fiato che aveva in corpo, chiamò i suoi uomini che facessero a pezzi quel mostro, dovessero distruggere tutta la città.
Eppure la macchina era inarrestabile. Mentre cercava di fuggire udì i suoi uomini gridare, impotenti di fronte a quell'abominio fatto di rame e acciaio. Eppure, si dimenticò di tutto, quando sentì uno stridio metallico alle sue spalle.

L'uomo tossì. Ormai per lui era finita, la bambina lo aveva ferito gravemente, probabilmente gli restavano pochi istanti di vita. Ma non era colpa sua, lo sapeva. Era spaventata, Big J e i suoi avevano cercato di spararle, era solo autodifesa. E quando lui le è andato incontro per abbracciarla lei lo ha ferito solo perché era spaventata! Ne era certo, non poteva essere altrimenti.
Fissò per un ultimo istante la bambina, in piedi, immobile, con il libro di favole in mano.
Chiuse gli occhi e sentì la voce della sua bambina per un'ultima volta.

«E vissero tutti felici e contenti»

Storia di un'arma e dell'uomo che le insegnò a leggere (3)

«Bip»
«Mi ricevi? Ascoltami, non puoi stare chiuso in casa, ho bisogno di uno bravo per un altro colpo. Lo sapevi che le identità ora costano più di una casa dei livelli alti? Assurdo vero? Beh, fatti vedere da Big J, così parliamo meglio del colpo.»

«Bip»
«Speravo di vederti ieri sera. Cazzo, mi hai fatto aspettare fino alla chiusura, sembravo una verginella che cerca il primo amore. Se non sei interessato basta che lo dici, non che mi fai fare la figura del coglione! Per tua fortuna Big J non se l'è presa, dice che per questo colpo non serve uno bravo con le macchine come te. Fatti vedere ogni tanto e lascia stare quella... cosa, mi raccomando.»

«Bip»
«Ascolta, non so cosa gli passi per la testa, ma Big J continua a fare domande su di te e quella cosa che gli hai comprato. E ho cominciato pure io a fare domande su di te. Mi... Mi dispiace per la tua famiglia. La guerra ha portato via tutto a tutti quanti qui, ma forse tu sei quello a cui è andata peggio. Almeno noi eravamo dalla parte sbagliata del fronte, ma tu... Qualcuno dice che potevi startene zitto, ora saresti in una villa di lusso e vedresti crescere tua figlia, ma io non sono d'accordo. Almeno tu non sei come questi luridi topi di fogna che parlano senza fare nulla. Sappi che se vuoi parlarne mi trovi da Big J, ti copro io.»

«Bip»
«Cazzo, rispondimi una buona volta! Big J sta facendo troppe domande e io non lo fermo più! Si è convinto che tu abbia attivato quella cosa! Gettala via subito! I suoi uomini mi hanno bruciato la casa e ora dormo nel furgone solo perché è convinto che io sappia qualcosa! Cosa ci fai con quella cosa? Non è la tua famiglia, non assomiglia neppure ad un essere umano! Li hanno fatti apposta così mostruosi per spaventarci! Dagli fuoco! Se non lo fai tu ti giuro su qualunque cosa ci sia lassù che gli do fuoco!»

«Bip»
«Ascolta, sono stanco. Big J ha fatto dare fuoco al furgone, alla panchina e persino al cassonetto in cui dormivo. Penso che domani verrà a prendermi. Ascolta, fuggiamo insieme. Portati via quella cosa, non mi interessa più niente, non voglio neppure sapere se ci vai a letto come dice qualcuno, ma sappi solo una cosa: se per stasera non mi vedi, scappa. Scappa più lontano che puoi.»

Storia di un'arma e dell'uomo che le insegnò a leggere (2)

«Quanto vuoi per quella?»
Big J smise di contare i soldi, fissando l'uomo e cercando di capire cosa indicava. Quella larva obesa era pure miope, eppure all'uomo era necessario per riprendersi ciò che era suo.
«Quella ferraglia dici? Beh», sogghignò viscidamente, «non me ne faccio molto. Sai pensavo di usarla per qualche colpo più... difficile, se capisci cosa intendo. Se ricordi, queste cose dieci anni fa ci hanno massacrato tutti e ridotti al silenzio. Non che la situazione attuale mi dispiaccia, anzi!»
Rise di gusto, incurante che tutti gli uomini in quella stanza fossero terrorizzati al solo ricordo di quegli abomini. Tutti tranne l'uomo.
«Quanto vuoi per quella?», chiese nuovamente.
«Beh, come ti ho detto non me ne faccio niente. Qualche diavoleria interna non funziona e ora è solamente un orrendo pezzo d'arredamento. Ci vorrebbe qualcuno che se ne intenda, magari un ex ingegnere dell'esercito», enfatizzando le ultime parole con disgusto. «Quindi, direi... Quant'era la mia parte per questo colpo? venti per cento? quindici per cento? Facciamo il cinquanta per cento.»
Il guidatore lo fissò allibito.
«Cosa? Ma Big J, hai detto tu che non te ne fai niente! E perché dovrei rimetterci io per questo stronzo?»
Il boss rise. «Non è un problema mio, l'offerta è questa.»
L'uomo non ci pensò nemmeno e porse la mano, pronto ad accettare l'offerta.
Il guidatore strabuzzò gli occhi. «Cosa? Ma sei serio? La guerra ti ha fatto male amico, l'ho sempre detto. Sappi solo che sono i tuoi soldi che spendi, io non cedo la mia parte.»
Big J rise divertito e strinse la mano dell'uomo.

L'uomo fissò la bambina. I suoi sensori vocali erano intatti, solo quelli ottici erano fuori uso parzialmente. Probabilmente la poverina poteva solo attivare la visione termica.
Si passò tra le mani i capelli della bambina, inerme e addormentata. Aveva sentito che automi simili erano stati impiegati non solo per la loro efficacia, ma anche per l'impatto psicologico e a vederla non aveva dubbi: era chiaro che i mass media avrebbero cavalcato l'orrore dei manifestanti che picchiavano delle bambine, per quanto armate, sempre che qualche manifestante avesse avuto il coraggio di alzare le mani su un viso così dolce.
Appoggiò il cacciavite dopo aver fissato l'ultima vite al suo posto. Il circuito principale era andato, ma quello di emergenza era intatto, garantendo un minimo di energia ai sensori anche mentre dormiva. Prese un libro e cominciò a leggere.

«C'era una volta...»

Storia di un'arma e dell'uomo che le insegnò a leggere (1)

«48 secondi! 48 secondi del cazzo!»
Il guidatore designato urlava come un pazzo, coperto solo dal suono del motore di quel vecchio furgone che li trasportava. Veicoli come questo erano obsoleti da almeno cinquant'anni, ma di questi tempi si poteva considerare qualcosa di lusso.
«Ti rendi conto che se ci mettevi 8 secondi, solo 8 secondi di meno ora non dovrei infilare questa ciminiera in vicoli sudici e investire dei cazzo di barboni?! 8 secondi ti chiedevo, non mi sembra molto!»
L'uomo sospirò. Conosceva bene il guidatore e sapeva altrettanto bene che non appena avrebbe parcheggiato davanti al bar di Big J si sarebbe bevuto due birre e gli avrebbe fatto i complimenti per averci messo "solo" 48 secondi. Il suo lavoro era compiuto, ora doveva solo godersi il turbolento viaggio fino a Big J's e poi tutto sarebbe finito.
Nessun poliziotto, per quanto irreprensibile, avrebbe osato anche solo dirigersi verso quel buco.

«Allora, cosa abbiamo qua?»
Big J posò il sigaro sul posacenere. Quella massa di carne sudata non fumava certo, ma sosteneva che il sigaro gli conferiva un aspetto da boss malavitoso, quasi fosse un padrino delle vecchie mafie.
«La fonte aveva ragione, Big J», sorrise il guidatore, esaltato al punto da non mostrare il solito timore di fronte al suo capo. «Mai fatto un colpo così facile, e tanto meno così ricco! Ci si potrebbe comprare dieci identità con questi soldi!»
Era davvero una somma elevata. Avrebbero potuto comprarsi un'identità e godersi la vita in uno degli appartamenti dei livelli alti, invece di vivere nelle loro fogne come topi. O almeno questo era il piano. Eppure qualcosa attirò l'attenzione dell'uomo.
La bambina incatenata al lampadario.

martedì 14 gennaio 2014

Il dono del padre (parte 2)

Curioso aprì la lettera, il cui contenuto era pressappoco questo:
Figliolo, mi dispiace averti ignorato per così tanto tempo, ma ora devo affidarti la mia Macchina. Sul tavolo troverai un tappo; sulla Macchina è presente una leva molto lunga, l'unica senza tappo. Vai, inseriscilo e completa la mia opera. Non pensare sia un compito stupido, è molto importante: quella è la leva di accensione. Ma non attivare la macchina qui, ti prego! Portala di notte nella torre più alta del paese, e solo in quel momento potrai accenderla. Questo è il mio dono per te figliolo.
Grazie  di tutto.
Non appena completò il compito, il giovane rifletté. La città non aveva torri, gli edifici più alti erano i camini delle fabbriche e il campanile. Il campanile! Era un'idea perfetta, ma doveva agire nel buio della notte, altrimenti quel fanatico del parroco avrebbe distrutto quello che lui considerava uno strumento del diavolo.
Facendosi aiutare da un amico fidato, portò la misteriosa invenzione nel campanile e la accese. Subito i pistoni cominciarono a muoversi e il volano girò sempre più velocemente, causando un frastuono infernale. Ma dopo qualche minuto la macchina non aveva compiuto alcun lavoro, non aveva prodotto nulla eccetto quel dannato rumore.
E fu proprio quello a svegliare il parroco, che corse verso il campanile armato di una croce, pronto a distruggere quel demone di ferro; ma non appena superò l'ultimo gradino, lasciò cadere la croce e corse verso la terrazza. I due giovani, perplessi, lo imitarono e rimasero a bocca aperta: dopo più di trent'anni  le nubi si stavano diradando e la luna piena si rivelò in tutto il suo splendore, abbellita da una collana di stelle. Preso dalla gioia, il sacerdote suonò le campane a festa, affinché tutti vedessero lo spettacolo.
La gente, incuriosita dalle campane, si affacciò alle finestre: subito tutti furono stupiti e cominciarono a indicare le stelle, a cercare di riconoscere le costellazioni di cui avevano solo sentito parlare.
Il giovane sorrise, mentre guardava la luna. Quello era il dono di suo padre.

Il dono del padre (parte 1)

Finalmente poteva entrare nel laboratorio di suo padre e vedere la "macchina".
Non ricordava un singolo giorno in cui suo padre non si chiudesse dietro la porta blindata che lui stesso aveva costruito. Eppure nessuno aveva mai visto cosa fosse questo suo progetto, né quale fosse lo scopo; chiunque chiedesse informazioni riceveva un secco rifiuto. «Non è ancora pronta!», ripeteva.
Sua madre diceva che l'aveva sempre visto lavorare a quel progetto, qualche anno dopo che il cielo fosse oscurato per sempre dai fumi delle fabbriche a carbone. La povera donna doveva così occuparsi della casa e del sostentamento dell'unico figlio e del "meccanico pazzo", come ormai lo chiamavano in paese.
Morì di dolore qualche anno dopo; ma lui, ossessionato dal suo progetto, non andò neppure al funerale, anzi continuò a lavorare con più foga, quasi sentisse che la morte era vicina. Effettivamente non aveva tutti i torti: i segni della malattia si fecero sempre più evidenti sul suo volto.
Una sera, improvvisamente, dopo aver lavorato più intensamente del solito, si accasciò e con il suo ultimo respiro annunciò: «È quasi completata, ora tocca a te».
Finalmente aveva le chiavi e poteva scoprire cosa aveva costruito suo padre. Il sospetto che la macchina fosse un inutile aggregato di ingranaggi era grande, ma non voleva credere che suo padre fosse impazzito. Aprì, facendosi coraggio, e subito si lanciò ad osservare la macchina. Non aveva niente di speciale, era grande quasi quanto una caldaia, con numerosi tubi di scarico e una serie di cilindri. Si voltò: sul tavolo da lavoro non c'era nulla, eccetto una busta e un tappo.

Warp spasm (conclusione)

Spasmi violenti percorsero il corpo del povero ragazzo, mentre Wint rimase fermo al suo posto: paralizzato dalla paura, il sovrano non riusciva ad attaccare il giovane, che ora ruggiva furioso. Finalmente, dopo lunghi interminabili istanti, la metamorfosi fu completa: al posto del combattente apparve una figura orrenda, colossale e mostruosa, un demone talmente spaventoso che il dio dovette sforzarsi per trovare il coraggio di attaccarlo. Con sua sorpresa non era soltanto mostruoso, ma pure straordinariamente forte e veloce, tanto che con pochissimi colpi riuscì a ferirlo gravemente.
Un mortale lo stava sconfiggendo! Lui, un dio! Non poteva accettarlo, quel ragazzino doveva morire!
Con i suoi poteri magici trasformò la sua mano in una lunga lama di ghiaccio, talmente resistente da poter tagliare l'acciaio.
Ma nulla poteva contro quel mostro: per quanto potesse essere affilata, la sua lama si infranse a contatto con la sua pelle; la bestia contrattaccò, abbattendosi con ferocia sul sovrano e aggredendolo brutalmente. Wint, steso a terra, cercò di proteggersi, ma non poteva contrastare quella creatura di gran lunga superiore persino agli dei. Quello non era più un mortale, ma un demone dalla forza inaudita: se non poteva combatterlo, l'avrebbe portato dalla sua parte.
«Ascolta, posso riportare qui i tuoi amici! Non sono morti, solo congelati! Guarda, eccoli! E se mi servirai salverò anche la tua amata! Pensa, se sarai al mio fianco potremo dominare il mondo assieme!»
Subito tutto il popolo di Timn fu scongelato e riportato in vita; eppure il mostro continuò a ringhiare, pronto a colpire ancora.
«Non ti fidi, vero? Va bene, salverò anche la tua amata», sorrise Wint.
Schioccò le dita e magicamente la ragazza si risvegliò, tanto che il cuore di Timn fu a tal punto colmo di gioia che tornò alle sue consuete sembianze.
Si voltò, vincitore, pronto ad abbracciare l'amata. «Vattene, non farti più vedere su queste terre. Se scoprirò che sei tornato, la prossima volta non sarò così clemente.»
Colmo di rabbia e ferito nell'orgoglio, il folle re ritrasformò la mano, pronto ad uccidere il nemico. «Non ci sarà una seconda volta», urlò, lanciandosi verso Timn.
Il guerriero, mantenendo la calma, si voltò, e prima ancora che il sovrano colpisse, riuscì ad affondare un pugno nel gelido petto del sovrano. Per la prima volta, Wint sentì un calore intenso provenire dal suo gelido cuore, quasi avesse ripreso a battere; ma mentre il suo corpo si scioglieva, non provava dolore, anzi un profondo senso di pace lo confortò, quasi la sua anima stesse lasciando il gelido odio per abbandonarsi all'amore. Sorrise, mentre il suo corpo si dissolveva, rivolgendo lo sguardo verso il suo salvatore.
«Perdonami», sussurrò, prima di dissolversi come brina nel vento.
«L'ho già fatto», rispose il giovane.

venerdì 19 aprile 2013

Warp spasm (prima parte)

Le lacrime bagnavano il volto ormai gelido di Odar. Timn non riusciva a non piangere, non riusciva a sostenere la vista del suo sguardo vuoto e perso per sempre. Lo spirito della ragazza era ormai perduto, non avrebbe più stretto la sua amata tra le sue braccia.
«Ti prego, Odar, apri gli occhi», pianse il giovane.
«Inutile», rispose il sovrano. «Non hai speranze contro di me.»
Timn alzò lo sguardo, fissando Tormind con rabbia: si sentiva bruciare dentro, quasi un fuoco ardesse dentro di lui, talmente intenso da fargli perdere il controllo.
Il guerriero si alzò, gettando violentemente le armi a terra. I suoi occhi erano lo specchio del suo spirito guerriero, mentre il corpo fremeva desideroso di combattere. Tormind lo fissò, ma, prima che i suoi gelidi occhi potessero posarsi sul giovane, questo lo colpì al volto con un pugno talmente forte da ammaccare l'elmo.
Furioso, il re urlò, nascondendo la maschera oltraggiata. «Guardie! Liberate il golem!»
Subito scheletri di ghiaccio si adoperarono per soddisfare la volontà del loro signore, smuovendo leve ed ingranaggi che aprirono una porta di ghiaccio colossale. 
Dall'oscurità più gelida uscì una figura mostruosa, un guerriero gigantesco completamente di ghiaccio, con un braccio affilato come una lama e l'altro talmente spesso da poterlo proteggere da qualsiasi colpo: nessun uomo avrebbe potuto vincere contro una tale creatura. Ma Timn non si sentiva più un normale guerriero, spinto da quella furia incontrollabile che gli avrebbe permesso di superare ogni ostacolo facilmente. Il giovane schivò facilmente i fendenti del golem e, dopo aver raccolto agilmente le sue picche, ridusse in frammenti il mostro.
Il re lo fissò, sgomento e soddisfatto al tempo stesso. «Era da tempo che non incontravo un avversario al tuo livello, ma non è sufficiente per me. Vorrà dire che ucciderò il tuo popolo per motivarti abbastanza!», sogghignò minaccioso il re.
«No!», ruggì Timn con voce ormai totalmente deformata. «Non toccarli!»
«Troppo tardi»
Il giovane rimase a bocca aperta, sconvolto. La sua famiglia, il suo popolo sarebbe stato ucciso solamente perché non era abbastanza forte. Perché? Perché esisteva la guerra? Non esisteva né il bene né il male in guerra, perché essa non colpiva soltanto i guerrieri ma anche gli indifesi, chiunque si trovi lungo il suo cammino, schiacciandolo sotto la sua scia di sangue. Ma lui avrebbe combattuto, avrebbe impedito tutto ciò, avrebbe fermato Torind e salvato il suo popolo.
Improvvisamente il suo corpo tremò, le sue membra cominciarono a contorcersi al punto che il suo aspetto cambiò, quasi si deformasse.

Wiki attack!!

Prima di continuare il racconto devo fermarmi per la lezione :)
uuuh che noia! bouf!
mi sembra già di sentire le lamentele, così cercherò di ridurre al minimo la spiegazione :)
La trasformazione che ha dato il nome al titolo è il warp spasm... per quanto assurdo, non ho inventato io il termine e neppure la trasformazione :)
In realtà deriva da un importantissimo poema epico irlandese, il Tain! Il protagonista, Cù Chulainn, eroe epico dalle incredibili qualità, durante la battaglia si trasformava in un mostro, una creatura spaventosa e invincibile. 
Ecco a voi la descrizione del primo warp spasm:
The first warp-spasm seized Cúchulainn, and made him into a monstrous thing, hideous and shapeless, unheard of. His shanks and his joints, every knuckle and angle and organ from head to foot, shook like a tree in the flood or a reed in the stream. His body made a furious twist inside his skin, so that his feet and shins switched to the rear and his heels and calves switched to the front... On his head the temple-sinews stretched to the nape of his neck, each mighty, immense, measureless knob as big as the head of a month-old child... he sucked one eye so deep into his head that a wild crane couldn't probe it onto his cheek out of the depths of his skull; the other eye fell out along his cheek. His mouth weirdly distorted: his cheek peeled back from his jaws until the gullet appeared, his lungs and his liver flapped in his mouth and throat, his lower jaw struck the upper a lion-killing blow, and fiery flakes large as a ram's fleece reached his mouth from his throat... The hair of his head twisted like the tange of a red thornbush stuck in a gap; if a royal apple tree with all its kingly fruit were shaken above him, scarce an apple would reach the ground but each would be spiked on a bristle of his hair as it stood up on his scalp with rage.
                                                                          Thomas Kinsella (translator), The Táin, Oxford University Press, 1969, pp. 150–153

Detto ciò, spero siate ancora interessati al racconto e... buona lettura! :)

La trasformazione (parte seconda)


Timn si voltò: nascosto nell'angolo più buio della sala, su un imponente trono sedeva Tormind, il gelo vivente. Con un rumore raggelante volse la testa verso di lui: il giovane sentiva il peso di quello sguardo glaciale, nonostante avesse il volto nascosto da una maschera. «Ne hai fatta di strada, ragazzo. Cosa cerchi qui, i tuoi amici? Sono vivi, spero, proprio qui, nella sala alle mie spalle. Non mi credi? Eccotene una prova.»Tirando una catena, una figura femminile si liberò dalle tenebre, cadendo sul pavimento ghiacciato. Nonostante fosse ridotta agli stenti, Timn riconobbe all'istante l'amata. Tormind congelò la catena, spezzandola. «Va', sei libera», ordinò indifferente.Odar si lanciò verso il giovane, incredula e felice nel rivederlo. Corse verso di lui, finalmente riuniti, nonostante l'attacco di quei mostri. Dopo tre passi, improvvisamente la giovane si accasciò a terra; non era esausta, ma congelata.Timn rimase sgomento, mentre il sovrano rise. «Oh! Scusa, che sbadato, devo aver esagerato! Ma stai tranquillo, non è morta, almeno non ancora. Devi solo scongelarla prima che sia troppo tardi, ma l'unica soluzione è uccidermi.» Rise nuovamente, crudele. «Considerando che tu non hai alcuna speranza contro di me, in effetti sì, hai ragione, è morta.»Timn fissò l'amata, furioso. I suoi muscoli tremavano, contraendosi in preda alla rabbia. Urlò, incapace di trattenersi ancora, mentre il dolore alla testa aumentava sempre più, risvegliando in lui una furia mai provata, talmente forte da fargli desiderare di distruggere ogni cosa attorno a lui. Si sentiva diverso, quasi invincibile, indistruttibile.Avrebbe vinto.

La trasformazione (parte prima)

Cadde di nuovo nella neve. Le mani, ferite dal freddo, si aggrapparono alla roccia; doveva resistere, doveva salvarla. Colpì con un pugno il terreno, strinse i denti e si alzò. Si chiuse in sé stesso, sperando di poter resistere al freddo: la bufera infuriava e la strada era sempre più impervia. Avanzò ancora, mentre gli stivali affondavano, cercando la via per scalare la montagna.
Ripensò al suo popolo, alle sofferenze che stava sopportando; doveva reagire, non sarebbero sopravvissuti senza di lui, già troppo erano morti a causa di quei mostri.
Quei demoni, ombre malvagie senza alcuna pietà, ossessionavano la sua mente, tormentandolo con i più cupi ricordi. Avevano massacrato i suoi compagni e rapito donne e bambini. Per la rabbia, qualcosa in lui si stava risvegliando, nascosto da sempre nel suo spirito.
Era sempre stato più emotivo degli altri, perciò riteneva normale la rabbia che provava, talmente intensa che credeva avrebbe potuto distruggere il suo corpo; non fece alcun caso alle membra che tremavano, credeva fosse soltanto freddo quello che provava.
Finalmente davanti ai suoi occhi qualcosa apparve, non più nascosto nella neve: un palazzo, vecchio di secoli, si ergeva sulla montagna, imponente e terrificante, con un portale talmente ampio da poter far passare un gigante.
Timn non sapeva come avrebbe fatto a passare, era solo un ragazzo, non aveva neppure la barba ancora, né si era mai dimostrato un valoroso guerriero.
Toccò il ciondolo che portava al collo, un vecchissimo dono della sua amata. Ogni volta che fissava quella pietra, identica agli occhi dell'amata, ripensava a lei, così dolce e bella. Avrebbe combattuto, avrebbe salvato la sua amata Odar.
Strinse il suo bastone, lanciandosi contro la porta. Due guardie di ghiaccio, fisse davanti la porta, puntarono le loro lance verso il giovane, ma questo frantumò il volto scheletrico di una della due, poi spinse l'altra giù per la scarpata. Si sentiva diverso, sentiva una forza crescere dentro di lui, desiderava combattere come mai prima d'ora.
Con una forte spallata ruppe il ghiaccio che sigillava la porta, spalancandola; subito, quasi lo stessero aspettando, dalle nicchie lungo le pareti si staccarono dei soldati di ghiaccio, armati di lame affilate e vitree. Senza alcun timore, Timn legò il vecchio bastone alla schiena e lentamente afferrò le due fedeli piccozze con cui si era arrampicato sulla montagna: urlando, con tutto il suo coraggio si lanciò contro i nemici, frantumando  il ghiaccio sotto i suoi colpi, lottando con una foga indescrivibile e mai provata.
Affrontando frotte di nemici si trovò in un'ampia sala, vuota, totalmente ghiacciata e immersa in una semi oscurità. Sembrava non ci fosse nessuno, eppure doveva trovare una vittima su cui sfogare la sua rabbia. Le membra gli tremavano, quasi fosse preda di spasmi incontrollabili, ma ciò che più lo tormentava era il dolore alla testa, quasi gli dovesse esplodere da un momento all'altro.
«Ben arrivato», annunciò una voce fredda e crudele.

(Temporaneo) ritorno

Ciao a tutti :) perdonate la mia lunga assenza, ma per varie ragioni non sono riuscito ad aggiornare il blog... Spero che i miei due lettori non abbiano sentito la mia mancanza!
Comunque non torno a mani vuote, anzi... ho in preparazione due racconti e per di più ho in serbo alcune sorprese per voi :)
intanto eccovi la prima parte di uno dei due racconti :) spero di vedere apprezzamenti :) commentate pure i racconti, non siate timidi :)

martedì 12 marzo 2013

Chi l'avrebbe mai detto!

Veramente!! E' incredibile vedere una propria creatura prendere forma, non essere più solamente fatta di parole, ma divenire una vera e propria immagine!! :) beh il creaturo (non so che nome dargli, consigliatemi voi!) del racconto "Il tesoro" ha finalmente fatto la sua apparizione!! Ringrazio veramente il mio caro amico Carlo per avermi fatto questo favore, e consiglio a tutti voi di andare a vedere non solo il creaturo qui, ma tutto il suo blog, con spettacolari disegni!!
Grazie ancora!

mercoledì 6 marzo 2013

La fuga

Non appena si avvicinò all'ombra di un grosso albero, il guerriero conficcò la pesante spada nel terreno, al riparo dall'opprimente calura. La possente mole nera occupava completamente lo spiazzo, mentre il sudore bagnava la massiccia muscolatura: aveva corso dall'alba e ora era stremato. Prese dalla sacca un pezzo di pane e, dopo averlo fissato a lungo, assorto nei suoi pensieri, l'addentò voracemente.
Nonostante tutto, sentiva ancora il sapore del sangue, sangue innocente versato a causa della sua foga; persino i tatuaggi sulle braccia sbiadivano lentamente, ricordo della sua recente metamorfosi. Si voltò: la spada brillava al sole, sporca di sangue, macchiata in modo permanente dai suoi crimini; ai suoi occhi non appariva più come una spada, ma come la mannaia di un boia, di un carnefice crudele.
Odiava la sua razza, odiava i tatuaggi che il padre gli aveva inciso quando era diventato adulto. Ogni volta che in lui tornava quella foga, quella mostruosa sete di sangue, quei segni arcani lo bruciavano da dentro, illuminandosi come fiamme.
Se solo non fosse stato un Cient, tutto sarebbe stato diverso. Era persino fuggito da Uram, la sua patria, nella speranza che, allontanandosi dal suo popolo, avrebbe potuto placare la sua sete.
Menzogne! Neppure vivendo da eremita aveva potuto redimersi: di notte, nel sonno, la foga prendeva il sopravvento e lui, marionetta nelle mani del suo istinto, era costretto ad andare a caccia, a soddisfare i suoi appetiti.
Il gigante si alzò, le lacrime solcavano quella pelle nera come la notte e dura come il corno: avrebbe continuato il suo cammino, fuggendo in eterno da sé stesso.

martedì 5 marzo 2013

La prigione (parte seconda)

Arewen gli strinse il polso, curiosa come solo i bambini sanno essere. «E poi cos'è successo? Cosa avete fatto?»
Enhand deglutì, tormentato. «Niente, ci siamo semplicemente rifiutati di aiutarli. Sai, spesso rimpiango di non aver agito con violenza, se li avessi spaventati ora tua madre sarebbe viva. I mortali non accettarono il nostro rifiuto e, approfittando delle tenebre, ci attaccarono; tua madre fu la prima vittima della loro crudeltà. Eppure non potevamo difenderci, non riuscivamo a liberarci di quella dannata sensibilità. Per me fu diverso. Nell'istante in cui tua madre cadde tra le mie braccia, qualcosa in me cambiò, il mio spirito rifiutò la sua umanità, trasformandomi in un vero e proprio dio. Negli occhi di quegli esseri vidi venerazione timorosa, ma non me ne importava nulla. Ero cambiato, non ero più Enhand, ma l'universo stesso; non seguivo ciò che era giusto, ma ciò che era necessario. Così, con un solo sguardo, ridussi in cenere i mortali; poi, nello stesso luogo in cui tua madre morì, eressi questa torre inespugnabile, al cui interno sigillai tutti noi.»
Arewen lo fissò, furiosa. «Ma non è giusto!»
Enhand scosse la testa, afflitto. «Non ho fatto ciò che è giusto, ma ciò che è necessario»
Furiosa, Arewen si allontanò dal padre, totalmente chiuso in sé stesso, quasi assorto, mentre dentro di lui sapeva che la bambina aveva ragione.
La dea si avvicinò lentamente alla porta nera, immutabile, fusa con le stesse pareti. L'aveva sempre spaventata, quasi le togliesse il respiro, la schiacciasse. Se solo avesse potuto uscire da lì, non desiderava altro. Appoggiò timorosa la mano, toccando la porta con le lacrime agli occhi.
La porta cominciò a tremare, quasi avesse ascoltato i suoi desideri; Arewen la fissò entusiasta, ma questa non si aprì, era ancora sigillata all'interno di quella maledetta torre.
Si allontanò, delusa, cercando conforto ammirando il suo amato paesaggio; alle sue spalle, dolcemente, un ramo d'edera cominciò ad infiltrarsi all'interno della torre, aprendo leggermente la porta.

La prigione (parte prima)

Arewen posò le sue piccole mani sulla balaustra, cercando di vedere il paesaggio sottostante. Dall'alto della torre tutto sembrava così piccolo agli occhi della bambina.
Si volse verso il padre, timorosa. «Papà?»
Enhand la fissò con i suoi profondi occhi bianchi, prova della sua divinità. «Dimmi, figliola, che succede?»
La bambina ricambiò lo sguardo, guardando il padre con espressione stupita. «Perché lasciamo soffrire la gente? Non siamo dei, noi?»
L'uomo sorrise: Arewen era sempre stata una bambina molto perspicace, ma soprattutto si era sempre preoccupata dei più deboli. «È difficile da spiegare, Arewen», sospirò, cercando di trovare le parole giuste per non far soffrire la figlia. «Non siamo sempre stati nascosti in questa torre, ti ricordo che, in fondo, siamo stati umani un tempo, l'unica ad essere dea dalla nascita sei tu, figlia mia, per questo non conosci le ragioni del nostro esilio.»
Arewen fissò il padre, non capendo ciò che le volesse raccontare.
«Molti secoli fa vivevamo in comunione con gli umani, noi stessi lo eravamo. Col passare del tempo, però. qualcosa in noi cambiò, anzi, forse non siamo mai stati totalmente mortali: fin da piccoli avevamo sviluppato una sensibilità unica, percependo l'universo e le sue leggi, entrando in comunione con esso e infine diventando noi stessi l'universo. A seconda delle nostre attitudini sviluppammo capacità uniche, dal controllare gli elementi s poter persino riportare in vita i morti. Ma non eravamo neppure totalmente dei, la nostra sensibilità ci impediva di essere neutrali di fronte alle sofferenze dei mortali, anzi ci costringeva ad aiutarli; certo, non potevamo alterare l'ordine dell'universo, ma con piccoli rimedi rendevamo loro la vita più semplice.»
Sospirò, deluso. «Non tutti gli umani, però, vivono in comunione con la natura: molti sono avidi, desiderosi di potere, assetati di sangue; per loro noi eravamo armi da sfruttare, semplici strumenti per poter sottomettere i più deboli. Ovviamente ci opponemmo, ma vedi, Arewen, i mortali sono vendicativi, provano sentimenti che fortunatamente noi non possiamo neppure immaginare.»

venerdì 22 febbraio 2013

ll tesoro (parte terza)

La creatura non si arrese, anzi, reggendosi con un solo artiglio conficcato nelle travi, mentre l'altra zampa cercava di afferrare il ladro. Sinor capì che l'unico modo per uccidere quella creatura era farla cadere: spiccando un poderoso balzo, il cercatore le si lanciò alle spalle, pronto a colpirla con una freccia esplosiva alla schiena. Ferita, la creatura ruggì, cadendo nell'oscurità.
Allontanatosi dalla rocca, il giovane si sedette su una roccia, esausto. Sebbene fosse ancora titubante, si decise ad aprire lo scrigno, bramoso di stringere il suo tesoro.
Vuoto, il forziere era vuoto. Agitò il forziere, sperando di trovare almeno una traccia del tesoro. Niente, qualcuno l'aveva preceduto. Lanciò il forziere a terra, imprecando. Quel dannato ladro l'aveva preceduto, di nuovo! Ma non gli avrebbe reso la vita facile, prima o poi l'avrebbe raggiunto e il tesoro sarebbe stato suo. La caccia non era ancora finita.

Il tesoro (parte seconda)

Come poteva prenderlo, si chiese. La creatura era troppo forte per lui, un attacco diretto alla creatura sarebbe stato folle. Lentamente prese dalla sua sacca una corda abbastanza elastica e la legò ai capi del lungo bastone che portava con sé, poi afferrò una freccia, mirando al collo della creatura. Persino un dardo magico non avrebbe avuto alcun effetto su quella pelle coriacea, ma se fosse riuscito a colpire l'anello che reggeva lo scrigno, allora questo sarebbe certamente caduto nelle sue mani; il resto del lavoro l'avrebbero compiuto le sue gambe.
I suoi occhi scintillarono, la freccia saettò, il fragile anello arrugginito si ruppe; il forziere cadde velocemente tra le mani del cercatore, proprio tra le gambe del mostro. La creatura lo fissò con i suoi tre occhi feroci, poi, inaspettatamente, alzò le possenti braccia, lanciando un urlo agghiacciante, che paralizzò l'uomo: come per magia le statue sembrarono risvegliarsi dal loro lungo sonno, pronte a catturare il ladro. Vedendosi circondato da picche di roccia, Sinor fuggì via, una mano stringeva saldamente l'arco, mentre l'altra reggeva il forziere. Non appena uscì dalla sala, vide giungere da tutti i corridoi frotte di soldati di pietra, che avanzavano con passi ritmati e le lance puntate; capendo di non aver speranza, si lanciò fuori da una delle ampie finestre, fuggendo sul tetto.
I guerrieri cercarono di seguirlo ma, privi di agilità, caddero giù dalla rocca, tornando ad essere polvere inerme. Sfortunatamente la bestia era molto più abile: distruggendo parte della torre, uscì dal tetto, aiutandosi con i lunghi artigli che incidevano la roccia, mentre dalla bocca colava della bava e gli occhi cercavano l'umano; non appena lo scorse, ferocemente si lanciò in una rapida corsa.
Sinor sapeva che le frecce non avrebbero arrecato alcun danno a quel mostro, ma doveva comunque agire rapidamente, prima che la creatura lo attaccasse. Afferrò una delle sue frecce esplosive, colpendo il tetto: subito parte della torre crollò, schiacciando i soldati sotto il suo peso; eppure la bestia, incurante, continuò a correre, saltando la voragine. Ormai pochi passi di distanza dividevano i due, l'ombra del mostro copriva completamente il giovane, mentre gli artigli affilati si avvicinavano sempre di più; improvvisamente il terreno cedette, crollando e trascinando con sé il guardiano.

mercoledì 20 febbraio 2013

Il tesoro (parte prima)

L'ombra silenziosa corse lungo il corridoio, totalmente immersa nelle tenebre; neppure i suoi passi o il suo respiro erano udibili, eppure non si sentiva sicuro, la mano destra stringeva il manico del lungo pugnale in cerca di protezione.
Si fermò improvvisamente, colpito dall'ampio ingresso della sala: le porte rivestite di marmo erano rifinite con decorazioni in oro, mentre l'arco illustrava scene epiche della vita del sovrano. Erano passati secoli da quando qualcuno aveva osservato quelle incisioni così ricche, ma non era interessato al tesoro, ma solo a quella cosa: l'aveva ricercata in ogni castello, in ogni fortezza e, dopo anni e anni di cammino, era ormai certo di trovarla lì, nella rocca di Daif.
Respirò profondamente, timoroso di aprire la porta: sapeva di poter aspettarsi di vedere ogni paura che la sua mente avrebbe potuto generare trasformarsi in realtà. Cercando di fare il minimo rumore, Sinor spinse leggermente la porta e si insinuò nella sala, celandosi nelle tenebre.
I suoi occhi gialli esplorarono la sala, illuminata da ampie finestre decorate e coperta da ampie volte rivestite con mosaici. La calma totale lo innervosiva, mentre attendeva accadesse qualcosa; eppure era solo, la sua unica compagnia erano dei guerrieri in pietra posti davanti i pilastri, guardiani tanto immobili quanto severi. Si coprì il volto con il cappuccio del mantello, diventando egli stesso un ombra; eppure non poteva ancora muoversi, non riusciva a trovare ciò che cercava.
Improvvisamente la terra tremò, una, due, parecchie volte, mentre qualcosa si trascinava pesantemente all'interno della sala, facendo il suo ingresso da un'entrata laterale. La luce fioca illuminò parte dopo parte la mostruosa figura, guardia del tesoro. Il corpo era completamente glabro, con gambe corte e tozze, che gli conferivano l'andatura pesante e strascicata, coperte in parte dal ventre cadente. Il busto, su cui erano ben visibili le costole, era rivolto in avanti, sostenuto dai lunghi arti, i cui artigli incidevano il pavimento roccioso. Non appena Sinor fissò il mostruoso volto, inorridì: le fauci simili a quelle di un roditore, ma con denti di drago, erano sovrastate da quattro occhi fiammeggianti, uno per direzione, e le cui pupille da rettile scrutavano feroci la sala, cercando un'eventuale intruso. Sinor si sarebbe rassegnato, se i suoi occhi non avessero notato un dettaglio fondamentale, che non aveva notato prima: il collo del mostro era stretto da una catena, da cui pendeva un piccolo forziere. Aveva finalmente trovato ciò che cercava.

martedì 19 febbraio 2013

Spes (parte seconda)

Spes fu subito circondato da nemici; con un rapido movimento uccise tre di loro con la spada e lo scudo, ma erano comunque troppi, non avrebbe resistito a lungo. I guerrieri dalle lunghe asce lo attaccarono, ringhiando, più simili a bestie che a uomini ormai; combatté coraggiosamente, ma i colpi subiti erano sempre più dolorosi e, alla fine, cedette.
Si inginocchiò a terra, coperto da ferite e circondato da animali feroci, pronti a distruggerlo; ma non si sarebbe arreso, avrebbe combattuto con tutte le sue forze. Si alzò in piedi, i guerrieri spaventati dal suo grido, indietreggiarono. «Non mi arrenderò mai!», urlò. Strinse la sua spada, Rong, la furia degli dei, pronto a combattere i nemici: non gli interessava sopravvivere, l'unica cosa importante era fermarli, proteggere il suo popolo, come aveva giurato.Gridò, gli occhi minacciosi e furiosi, mentre il suo spirito guerriero cominciava a scatenarsi sempre più; gettò lo scudo e lasciò cadere il mantello, ormai lacero, mentre il petto si gonfiava con un ritmo sempre più frenetico e il vento muoveva i capelli neri del giovane. Con un ultimo e coraggioso urlo si lanciò contro i nemici, pronto a combattere dando anche la vita.